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Quale ruolo per le emozioni nella scienza post-normale?

da http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=11681
[ 3 agosto 2011 ]

Luca Aterini

Chi può negare che la realtà nella quale ci troviamo immersi da capo a piedi non sia costituita, presa nella sua totalità, da un insieme di “fatti incerti, valori messi in discussione, elevati interessi in gioco e urgenti decisioni da prendere”? Mai come in quest’era dove ci è toccato in destino di vivere la complessità del mondo di cui tutti siamo al contempo attori e spettatori ha toccato tali vette, finora precluse all’esperienza dell’uomo.

Con queste premesse, anche la scienza, la lente di ingrandimento occidentale tramite la quale indagare la realtà, ha dovuto adattarsi e rinnovarsi. Qualcuno (Jerry Ravetz e Silvio Funtowicz, per primi) ha appiccicato a questa nuova visione l’azzeccato appellativo di “scienza post-normale”, non più classica o routinaria, e dove a farla da padrona è l’imperante e riconosciuta complessità dei sistemi analizzati, impossibile da imbrigliare efficacemente in teorie rigide e paradigmatiche. Non è superfluo sottolineare come il primo esempio di scienza post-normale sia proprio incarnato dalla disciplina dell’economia ecologica.

Per provare a risolvere i problemi posti da tali sistemi non è più possibile fare unicamente affidamento sulla figura semi-sacerdotale dell’esperto, frammentato in un’innumerevole compagine di specialisti. Si ricerca invece un’apertura della scienza verso la società e la politica, in un salutare rimescolamento delle carte presenti sul tavolo per una realtà complessa che non è più da indagare solo tramite un microscopio, ma da osservare da prospettive di più ampio respiro. Questo, che piaccia o meno, è il contesto in cui ci troviamo ormai a navigare.

In tutto ciò, risultando intaccato l’illuministico potere d’indagine – finora assoluto – della ragione dura e pura, che ruolo attribuire alle emozioni? Il rapporto per il 2011 (curato da Wired e Cotec) “La cultura dell’innovazione in Italia”, per fare un esempio, dedica alle emozioni un intero capitolo, analizzando il loro ruolo nella percezione e valutazione dei rischi tecnologici da parte dei cittadini. Una presa di posizione coraggiosa ed interessante, che però Nova del Sole 24 Ore, ad esempio, nel caustico articolo “Emozioni pericolose” (del 31 luglio, a firma di Gilberto Corbellini) boccia invece con veemenza, giudicando surreale investire di una valenza ufficiale il ruolo delle emozione nella formulazione di giudizi scientifici, rispetto ai ben più importanti “giudizi ponderati degli esperti”.

Raramente la scienza si è occupata delle modalità tramite cui i complessi temi affrontati dai ricercatori scientifici possano essere trasformati in concetti abbastanza semplici da poter essere trasmessi ai cittadini, perché possano così farsene un’idea propria. Il parere dell’esperto, più semplicemente, andrebbe preso come un dogma religioso, al quale affidarsi ciecamente; evidentemente, si è perso per strada il monito di einsteniana memoria per cui “non hai veramente capito una cosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. Più semplicemente, se la nonna non capisce, chi se ne frega. Che si occupi d’altro.

La speranza per bypassare questo tipo di acrimonia dell’esperto verso il pubblico di più vasta estrazione è stata così riposta nelle potenzialità del web: Internet ha spalancato le porte ad un’accessibilità alla conoscenza mai vista prima nella storia, ma ha portato – adesso è possibile rendercene pienamente conto – ad un altro tipo di problema. La sovrabbondanza di informazioni che ormai impera non consente di sintetizzare efficacemente ed in autonomia una propria e coerente opinione su quanto abbiamo cercato informazioni googolando in rete. Siamo così punto e da capo, più o meno.

Se dunque quella del ruolo delle emozioni – e, più genericamente, delle opinioni dei cittadini in merito a decisioni che (in ogni caso) ricadranno sulle loro teste – rimane una domanda aperta, non è possibile accettare come risposta chi ritiene appropriato anestetizzarne alla radice i presupposti. La riposta da cercare, piuttosto, sta nel come offrire un’informazione efficace e partecipata ai cittadini, perché possano così esprimere coscientemente il loro parere in merito a qualsivoglia questione, e che tale parere possa essere debitamente preso in considerazione, senza la tentazione di bollarlo come infantile ed irrazionale risposta emotiva agli input esterni della più vasta estrazione.

Questa mania, letteralmente ossessiva, di compiere decisioni fondate su argomentazioni esclusivamente razionali rappresenta un vero e proprio tarlo che mina alla base i tentativi tesi a raggiungere le scelte migliori: in fondo, anche le scelte degli “esperti”, così come quelle dei comuni cittadini, non possono sfuggire totalmente a giudizi di tipo emozionale. A meno che alla testa di questi team non venga posta una macchina, rischio che per il momento (almeno) non dovremmo aver tema di correre.

È ovvio che una politica lungimirante non possa subire una deriva populistica, assecondando la banderuola dell’opinione pubblica, facilmente influenzabile dai più vari accadimenti e, ancor di più, dalle sempre più efficaci opere pubblicitarie, che ormai investono qualsiasi aspetto della nostra vita.

Rimane però ancora una scelta da compiere, in tal senso: ignorare bellamente emozioni e cittadini (seppur alla luce delle importanti implicazioni presentate dagli studi sulla formazione psicologica dei processi decisionali nell’uomo), imponendo dall’alto la via da seguire verso la salvezza (biblica o meno), oppure elevare il grado della discussione, far si che le emozioni possano formarsi a partire da un’informazione corretta, e che ai cittadini venga finalmente data la chiara possibilità di riuscire a pensare con la propria testa.

Sperando che la scelta da compiere si sciolga con un trattato di pace del nostro lato razionale con quello emotivo, alle emozioni potrà essere consegnato nuovamente il ruolo di primo piano consegnato loro di diritto dalla natura umana. Le informazioni, anche le più accurate, da sole non sono in grado di rendersi accettabili al grande pubblico, se questo le avversa. E un più alto grado di coinvolgimento non può prescindere dal coinvolgere la sfera delle emozioni. La partita, al momento, rimane aperta.

 

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