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FEDERICO CAFFE’

11 Lug

a partire dalla sua scomparsa:
tratto da:
http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Scomparsi/ContentSet-bcca23d3-556e-436e-8c8b-cf6f8afb023b.html
“E’ l’alba del 15 aprile 1987: l’economista Federico Caffè esce dalla sua casa al 42 di via Cadlolo in zona Monte Mario, a Roma, lasciando sul comodino i documenti e gli occhiali che usa per leggere. Da questo momento se ne perde ogni traccia. Dalle ricerche delle forze dell’ordine, dei suoi studenti e degli amici, non emerge il più piccolo indizio: Caffè è svanito nel nulla. Pescarese di origine, nato nel 1914, Caffè è per trent’anni docente di Politica economica e finanziaria alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma. Consulente di spicco dell’Ufficio Studi di Bankitalia, antifascista storico e difensore keynesiano dello stato sociale, nel dopoguerra ricopre i ruoli di Segretario particolare e di Capo di Gabinetto di Meuccio Ruini, Ministro della Ricostruzione del governo Parri.

Ma un susseguirsi di disgrazie stravolge i suoi ultimi anni: la morte della madre e quella della tata che lo aveva cresciuto, la scomparsa dei colleghi Ezio Tarantelli, assassinato dalle Br nell’85, e Fausto Vicarelli, morto in un incidente stradale, e quella del suo studente Franco Franciosi, stroncato da un tumore. Dolori, questi, che Caffè riesce a sopportare con l’aiuto dell’insegnamento e dei suoi allievi. Ma quando l’età gli impone di lasciare la cattedra, cade in un profondo sconforto. Agli amici confessa di non riuscire a scrivere e di avere amnesie sempre più frequenti: “Io non sono un uomo -dice- sono una testa. Se quella arrugginisce, di me non resta più niente”.

Che fine ha fatto Federico Caffè? Secondo alcuni si è suicidato, secondo altri si è ritirato nella solitudine di un convento. Ma in ogni caso rimane un dubbio. Negli ultimi mesi Caffè non mangiava quasi più ed era molto debole: difficilmente avrebbe potuto allontanarsi da solo. Quella mattina di aprile, qualcuno potrebbe averlo accompagnato in un luogo isolato in cui compiere l’estremo gesto, o in cui trovare rifugio. Del resto, per fuggire a quell’esistenza divenuta insopportabile, Caffè aveva chiesto aiuto, senza ottenerlo, ad alcuni suoi allievi. Forse, alla fine, altri hanno accettato. Ermanno Rea, autore del libro “L’ultima lezione” sulla vita e sulla scomparsa di Caffè, in una recente intervista a “la Repubblica” si dice convinto che qualcuno sappia e non voglia parlare. Ma aggiunge: “Poco importa se sia finito suicida o in un convento: resta solo la natura oscura ch’egli ha voluto imprimere al suo distacco”.

A Torino, quattro giorni prima della sua scomparsa, muore Primo Levi: Caffè ne rimane sconvolto, ma critica il modo, plateale e straziante, in cui lo scrittore si è tolto la vita. Si può pensare, quindi, che se avesse voluto morire Caffè lo avrebbe fatto in solitudine.

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 30 ottobre 1998, ha dichiarato la morte presunta di Federico Caffè.”

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Pubblicato da su luglio 11, 2012 in AUTORI, ECONOMIA

 

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